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Giovani Voci

Victor Fotso Nyie

Home / Archives for Opere / Giovani Voci

Victor Fotso Nyie

Le fruit du bonheur, 2025. Ceramica e oro, 44x25x31 cm.

Victor Fotso Nyie (Camerun, 1990) è un artista la cui pratica scultorea indaga le relazioni tra memoria personale, eredità culturale e dimensione spirituale, sviluppando un linguaggio che intreccia figurazione contemporanea e riferimenti alle tradizioni vernacolari africane.

Il suo lavoro si colloca all’intersezione tra autorappresentazione, narrazione collettiva e riflessione sul patrimonio culturale, esplorando le modalità attraverso cui le identità individuali si costruiscono in dialogo con le memorie ancestrali.


Cresciuto in Camerun in un contesto ricco di stratificazioni culturali e simboliche, Fotso Nyie sviluppa una ricerca profondamente radicata nell’esperienza vissuta e nella consapevolezza della propria eredità subsahariana.
La sua pratica si inserisce in un più ampio dibattito contemporaneo sulla restituzione del patrimonio africano e sulla necessità di ridefinire le narrazioni storiche attraverso prospettive autonome e culturalmente situate.


Al centro della sua ricerca si colloca l’uso della terracotta come materiale primario, inteso non solo come mezzo espressivo ma come dispositivo simbolico legato alla terra, alle origini e alla continuità della memoria.
Le sculture, che alternano forme integre e frammentate, affrontano temi quali identità, sradicamento e guarigione culturale, evocando processi di trasformazione e ricomposizione. Spesso disposte in configurazioni non gerarchiche su basamenti di terra o mattoni, le opere costruiscono ambienti installativi che suggeriscono uno spazio sospeso tra dimensione rituale e presenza contemporanea.


Un elemento distintivo del suo linguaggio è la lavorazione della materia attraverso una tripla cottura e successive finiture a cera, che conferiscono alle superfici una qualità temporale stratificata e una presenza tattile intensa. L’inserimento di elementi dorati introduce un ulteriore livello simbolico, creando un dialogo tra la materialità terrena della terracotta e una dimensione luminosa e trascendente.
Questa tensione tra materia e spiritualità contribuisce a definire opere in cui il corpo, il ritratto e la forma diventano luoghi di connessione tra esperienza individuale e coscienza collettiva.


La sua pratica affronta inoltre il tema della restituzione culturale, interrogando criticamente le storiche appropriazioni e riletture occidentali delle forme africane.
Attraverso il recupero e la reinterpretazione di motivi provenienti da collezioni etnografiche, archivi visivi e culture materiali diffuse, l’artista riafferma l’autonomia narrativa delle prospettive africane e diasporiche, proponendo nuove modalità di relazione con il patrimonio.


Nel suo insieme, la ricerca di Victor Fotso Nyie costruisce uno spazio di dialogo tra passato e presente, tra dimensione personale e memoria collettiva. Attraverso una scultura materica e rituale, le sue opere invitano a riflettere sui processi di perdita, ricostruzione e continuità che attraversano le storie individuali e le eredità culturali nel contesto globale contemporaneo.

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Francis Offman

Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio…

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Ibrahim Ballo

Ibrahim Ballo (Bamako, 1986) è un artista maliano la cui pratica indaga le relazioni tra pittura, tessitura e memoria culturale…

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Odinakachi Okoroafor

Odinakachi Okoroafor (Nigeria, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra identità, memoria collettiva e rappresentazione della figura…

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Pedro Pires

Pedro Pires (Luanda, 1978) è un artista angolano la cui pratica indaga le relazioni tra identità, migrazione e diritti umani attraverso…

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    Soly Cisse

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    Soly Cissè

    Soly Cissè, Essence universelle, 2015. Olio su tela, cm 100 × 100. Courtesy Trium Art Gallery, Monza.

    Soly Cissé nasce nel 1969 a Dakar, in Senegal, in un contesto segnato da una forte stratificazione culturale e sociale.

    Fin dagli esordi, la sua ricerca artistica si sviluppa come un’indagine profonda sull’essere umano, sulle tensioni dell’identità contemporanea e sulle contraddizioni della società globale.

    Considerato una delle voci più rilevanti dell’arte africana contemporanea, Cissé costruisce un linguaggio visivo intenso e perturbante, capace di mettere in discussione categorie culturali, politiche e simboliche.

    Formatosi inizialmente come autodidatta, Soly Cissé si avvicina al disegno e alla pittura come strumenti primari di esplorazione interiore. La sua pratica si consolida negli anni Novanta, quando entra in dialogo con le ricerche artistiche contemporanee africane e internazionali, mantenendo tuttavia una posizione autonoma, svincolata da estetiche codificate. Fin dall’inizio, il suo lavoro si distingue per un approccio istintivo e al tempo stesso riflessivo, in cui l’immaginazione diventa un mezzo per interrogare la realtà.

    Il corpo umano è al centro della sua produzione. Nelle opere di Cissé, figure ibride, deformate, talvolta mostruose, abitano spazi ambigui e instabili. Questi corpi non rappresentano individui riconoscibili, ma stati dell’essere, condizioni psicologiche e sociali. Attraverso una figurazione espressiva e visionaria, l’artista affronta temi quali la violenza, il potere, la memoria, la spiritualità e l’alienazione, restituendo un’immagine dell’uomo contemporaneo fragile e contraddittoria.

    Il linguaggio pittorico di Soly Cissé è diretto, materico, spesso aggressivo. La linea è nervosa, il segno incisivo; il colore, intenso e stratificato, contribuisce a creare atmosfere cariche di tensione emotiva. Le sue composizioni non cercano l’armonia formale, ma una verità espressiva capace di colpire lo spettatore e di coinvolgerlo in un confronto diretto con l’opera. Pittura, disegno e installazione diventano così campi di sperimentazione aperti, in cui immagine e gesto si fondono.

    Pur radicato nel contesto africano, il lavoro di Cissé supera ogni lettura localistica. Le sue opere parlano un linguaggio universale, affrontando questioni che attraversano confini geografici e culturali. In questo senso, la sua pratica si inserisce pienamente nel dibattito dell’arte contemporanea globale, interrogando il rapporto tra individuo e collettività, tra identità e alterità, tra visibile e invisibile.

    Vive e lavora a Dakar. La sua opera, in costante evoluzione, continua a interrogare il presente con lucidità e forza immaginativa, dimostrando come l’arte possa essere uno spazio di resistenza, consapevolezza e trasformazione. Attraverso figure inquietanti e visioni potenti, Soly Cissé costruisce un universo visivo che mette a nudo le tensioni profonde del nostro tempo, rendendolo una delle voci più incisive della scena artistica contemporanea africana.


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    Adji Dieye

    Adji Dieye (1991) è un’artista multidisciplinare che vive e lavora tra Milano e Dakar.

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    Ako Atikossie

    Ako Atikossie (1980) è un artista togolese che vive e lavora tra Milano e Lomé.

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    Binta Diaw

    Binta Diaw (1991) è un’artista di origine senegalese la cui pratica multidisciplinare indaga le relazioni tra identità, memoria culturale…

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    Francis Offman

    Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio…

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      Pedro Pires

      Pedro Pires, Dissimulation for the future, 2023. Fibra di vetro e tessuto, 49 x 57 x 32. Courtesy Trium Art Gallery, Monza

      Pedro Pires (Luanda, 1978) è un artista angolano la cui pratica indaga le relazioni tra identità, migrazione e diritti umani attraverso un linguaggio fortemente materico e processuale.

      Il suo lavoro, che comprende principalmente scultura e disegno, si concentra sulla trasformazione di materiali industriali e di recupero, sviluppando una ricerca in cui la dimensione fisica della materia diventa veicolo di riflessione sulle condizioni dell’esperienza umana contemporanea.


      Cresciuto a Luanda in un contesto segnato da profonde trasformazioni sociali e politiche, Pires sviluppa fin dagli esordi un interesse per i processi di metamorfosi e per il potenziale espressivo dei materiali. La sua pratica si orienta verso l’utilizzo di elementi industriali – metalli, plastiche e altri materiali di scarto – che vengono rielaborati attraverso interventi diretti e intensi, trasformando la loro funzione originaria in una nuova forma simbolica e narrativa.

      Al centro della sua ricerca si colloca la condizione dell’individuo all’interno di un mondo attraversato da mobilità, dislocazione e cambiamento. Le opere affrontano temi legati all’identità, all’esilio, alla perdita e alla resilienza, mettendo in relazione dimensione personale e esperienza collettiva. Il lavoro riflette sulle dinamiche di alienazione e appartenenza, interrogando il rapporto tra individuo, territorio e memoria culturale nel contesto delle migrazioni contemporanee.

      Un elemento distintivo del suo linguaggio è l’uso del materiale come metafora visiva della tensione e della trasformazione. Metalli e superfici rigide vengono sottoposti a processi fisici estremi – riscaldamento, piegatura, taglio e modellatura – generando forme dinamiche e spesso instabili, in cui forza strutturale e fragilità emotiva coesistono. Le sculture si caratterizzano per un’intensa energia formale, mentre i disegni introducono una dimensione più intima e riflessiva, creando un dialogo tra esperienza interiore e dimensione universale.

      La sua pratica si sviluppa attraverso un equilibrio tra impatto visivo e consapevolezza concettuale, in cui la trasformazione della materia diventa un dispositivo per riflettere su processi di crisi, adattamento e rinascita. Le opere si configurano come tracce di un’azione fisica e simbolica, traducendo nella forma artistica le tensioni sociali e psicologiche del presente.

      Nel suo insieme, il lavoro di Pedro Pires propone una riflessione sulla trasformazione come condizione centrale dell’esperienza contemporanea. Attraverso interventi fisici sulla materia e forme cariche di tensione, le sue opere invitano a interrogare le dinamiche di vulnerabilità e resistenza che definiscono l’identità individuale e collettiva in un mondo in continuo mutamento.


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      Adji Dieye (1991) è un’artista multidisciplinare che vive e lavora tra Milano e Dakar.

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      Ako Atikossie (1980) è un artista togolese che vive e lavora tra Milano e Lomé.

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      Binta Diaw (1991) è un’artista di origine senegalese la cui pratica multidisciplinare indaga le relazioni tra identità, memoria culturale…

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      Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio…

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        Odinakachi Okoroafor

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        Odinakachi Okoroafor

        Odinakachi Okoroafor, Mirabel, 2025. Tecnica mista su tela, cm 100 x 80. Courtesy Trium Art Gallery, Monza

        Odinakachi Okoroafor (Nigeria, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra identità, memoria collettiva e rappresentazione della figura nera nel contesto contemporaneo.

        Attraverso un linguaggio visivo che combina pittura, serigrafia e tecniche di trasferimento d’immagine, sviluppa una ricerca incentrata sulle dinamiche della presenza, della storia e della costruzione dell’identità all’interno di una prospettiva globale e postcoloniale.


        Cresciuto in Nigeria in un contesto caratterizzato da una forte continuità culturale e da profonde trasformazioni sociali e politiche, Okoroafor sviluppa una pratica influenzata sia dalle tradizioni visive dell’Africa subsahariana sia dalle condizioni della contemporaneità.
        Dopo la formazione artistica nel suo paese d’origine, orienta progressivamente il proprio lavoro verso la sperimentazione tecnica e materica, elaborando un linguaggio che supera i confini della pittura tradizionale attraverso processi di stratificazione e riproduzione dell’immagine.


        Al centro della sua ricerca si colloca la rappresentazione del corpo nero come luogo di memoria, affermazione e resistenza. Le sue opere affrontano questioni legate all’identità culturale, alla diaspora e alla costruzione dello sguardo storico, mettendo in relazione dimensione personale e narrazione collettiva. La figura umana diventa così una presenza politica oltre che visiva, capace di interrogare le eredità coloniali e le condizioni contemporanee della soggettività nera.


        Un elemento distintivo del suo linguaggio è il dialogo tra gesto pittorico e procedimento meccanico. L’integrazione della serigrafia e delle tecniche di transfer introduce un contrasto tra manualità e riproducibilità, generando superfici complesse in cui immagini, segni e campiture si sovrappongono in una costruzione stratificata. Le linee precise, le strutture geometriche e la ripetizione modulare contribuiscono a definire composizioni di forte intensità visiva, in cui elementi provenienti da archivi storici, iconografie africane e riferimenti visivi globali vengono rielaborati in chiave contemporanea.


        La sua pratica si caratterizza per un equilibrio tra dimensione formale e riflessione critica: le scelte tecniche e compositive diventano strumenti per indagare i processi di costruzione della memoria e le modalità attraverso cui le immagini contribuiscono a definire identità individuali e collettive. Le opere si configurano come spazi di confronto tra passato e presente, tra esperienza storica e condizione contemporanea.


        Nel suo insieme, la ricerca di Odinakachi Okoroafor Demure propone una riflessione sulla presenza e sulla memoria attraverso immagini stratificate e dense di riferimenti. Le sue opere invitano a interrogare il ruolo della rappresentazione nella costruzione dell’identità e della storia, offrendo una visione in cui dimensione estetica, consapevolezza politica e intensità emotiva risultano profondamente intrecciate.

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        Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio…

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          Ibrahim Ballo

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          Ibrahim Ballo

          Ibrahim Ballo, Tête a fleur, 2025. Acrilico e ricamo su tela, cm 155 x 140. Courtesy Trium Art Gallery, Monza.

          Ibrahim Ballo (Bamako, 1986) è un artista maliano la cui pratica indaga le relazioni tra pittura, tessitura e memoria culturale, sviluppando un linguaggio visivo in cui superficie e materia si fondono in una dimensione ibrida tra bidimensionalità e rilievo.

          Cresciuto in un contesto profondamente segnato dalle tradizioni tessili del Mali, costruisce una ricerca che mette in dialogo patrimonio artigianale e sensibilità contemporanea, esplorando il rapporto tra eredità culturale e trasformazione artistica.


          Formatosi presso l’Institut National des Arts di Bamako e successivamente al Conservatoire des Arts et Métiers Multimédia Balla Fasséké Kouyaté, Ballo sviluppa fin dagli esordi una pratica orientata alla sperimentazione materica. Il contesto culturale del Mali, ricco di motivi ornamentali, strutture geometriche e saperi legati alla tessitura, costituisce una fonte centrale di ispirazione e diventa il punto di partenza per una riflessione sul ruolo della tradizione nella costruzione di un linguaggio visivo contemporaneo.


          Al centro della sua ricerca si colloca il tema della memoria, intesa come processo di stratificazione e trasmissione di conoscenze, gesti e narrazioni collettive. Il filo di cotone, elemento ricorrente nel suo lavoro, assume una valenza simbolica e narrativa, diventando metafora di connessione tra generazioni, territori e temporalità differenti. Le opere indagano il dialogo tra identità culturale e modernità, costruendo superfici che funzionano come mappe visive in cui esperienza sensoriale e dimensione simbolica si intrecciano.


          Un elemento distintivo del suo linguaggio è l’integrazione della tessitura all’interno della pittura su tela. Il filo viene applicato e intrecciato direttamente sulla superficie, trasformando il piano pittorico in uno spazio tridimensionale in cui colore, trama e rilievo dialogano tra loro. Questa pratica genera composizioni dense e ritmate, in cui la componente tattile diventa parte integrante dell’esperienza visiva e contribuisce a ridefinire i confini tra pittura, scultura e installazione.


          La ricerca di Ballo si caratterizza per un equilibrio tra dimensione estetica e riflessione concettuale: le scelte materiche e formali non assumono una funzione decorativa, ma diventano strumenti per indagare appartenenza, memoria e continuità culturale. Le sue opere propongono una rilettura contemporanea del tessile come linguaggio artistico capace di tradurre storie individuali e collettive all’interno di una prospettiva globale.


          Nel suo insieme, il lavoro di Ibrahim Ballo propone una riflessione sulla continuità tra passato e presente, trasformando la materia tessile in uno spazio di memoria e innovazione. Attraverso superfici stratificate e strutture ritmiche, le sue opere invitano a considerare il tessuto non solo come elemento materiale, ma come dispositivo simbolico capace di connettere esperienza culturale, identità e trasformazione nel contesto del mondo contemporaneo.


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            Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio pittorico e installativo caratterizzato da una forte dimensione materica.

            Trasferitosi in Italia durante l’infanzia, vive e lavora tra Bologna e altre realtà internazionali, sviluppando una ricerca profondamente legata alla condizione diasporica e al confronto tra esperienze personali e narrazioni collettive.


            Cresciuto tra contesti culturali differenti, Offman costruisce una pratica che riflette sulle fratture della memoria e sui processi di appartenenza che attraversano identità multiple e stratificate. La sua ricerca prende forma a partire da una riflessione sulla storia del Ruanda e sulle eredità del colonialismo, ma si estende a una più ampia indagine sulle modalità attraverso cui la storia viene costruita, trasmessa e talvolta dimenticata. L’esperienza biografica diventa così un punto di partenza per interrogare le relazioni tra memoria individuale, trauma storico e responsabilità collettiva.


            Al centro del suo lavoro si colloca la pittura intesa come spazio di accumulazione e stratificazione. Le opere combinano materiali eterogenei – carta, tela, terra, pigmenti naturali e soprattutto fondi di caffè – che assumono una valenza simbolica legata alla storia economica e coloniale del continente africano. Il caffè, elemento ricorrente nella sua pratica, diventa un dispositivo concettuale che mette in relazione consumo, sfruttamento delle risorse e circolazione globale delle merci, trasformando la superficie pittorica in un campo di riflessione politica e storica.


            Un elemento distintivo del suo linguaggio è l’uso del collage e della sovrapposizione, che genera composizioni frammentate e ritmate, in cui segni, campiture e tracce materiche costruiscono una narrazione non lineare. Le superfici, spesso caratterizzate da tonalità terrose e da una presenza tattile intensa, evocano processi di sedimentazione e cancellazione, suggerendo la complessità e la fragilità della memoria. Le opere si configurano come archivi visivi aperti, in cui la dimensione intima si intreccia con riferimenti storici e politici più ampi.


            La sua pratica si sviluppa attraverso un equilibrio tra astrazione e riferimento simbolico, evitando la rappresentazione diretta per costruire spazi di riflessione e contemplazione. La dimensione installativa e l’attenzione alla relazione tra le opere contribuiscono a creare ambienti in cui il pubblico è invitato a confrontarsi con le stratificazioni del tempo e con le implicazioni etiche della memoria storica.
            Nel corso della sua attività, Offman ha partecipato a numerose mostre e progetti espositivi internazionali, affermandosi nel panorama dell’arte contemporanea per la coerenza e la profondità della sua ricerca. Il suo lavoro si inserisce nel contesto di una generazione di artisti che affrontano criticamente le eredità coloniali e le dinamiche della globalizzazione attraverso pratiche materiche e processuali.


            Nel suo insieme, la ricerca di Francis Offman propone una riflessione sulla memoria come processo fragile e in continua trasformazione. Attraverso superfici stratificate e materiali carichi di significato storico e simbolico, le sue opere invitano a interrogare il rapporto tra storia, responsabilità e costruzione dell’identità nel mondo contemporaneo.


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            Ako Atikossie (1980) è un artista togolese che vive e lavora tra Milano e Lomé.

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              Binta Diaw

              Binta Diaw (1991) è un’artista di origine senegalese la cui pratica multidisciplinare indaga le relazioni tra identità, memoria culturale e rappresentazione del corpo femminile nel contesto contemporaneo.

              Cresciuta tra la cultura italiana e quella senegalese, sviluppa una ricerca profondamente radicata nell’esperienza diasporica e nelle dinamiche di appartenenza che caratterizzano le identità ibride. La dimensione della doppia eredità culturale costituisce il punto di partenza di un lavoro che esplora le tensioni tra tradizione e contemporaneità, tra memoria individuale e storia collettiva.


              Dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e all’ÉSAD di Grenoble, orienta progressivamente la propria ricerca verso le arti visive, arricchendo il suo percorso attraverso residenze e collaborazioni internazionali. Fin dagli esordi, il suo lavoro si concentra sull’analisi dei processi di costruzione dell’identità all’interno della diaspora africana, interrogando i meccanismi di trasmissione culturale e le trasformazioni delle tradizioni nel contesto globale.

              Al centro della sua pratica si colloca la figura femminile, intesa come luogo simbolico di memoria, resistenza e trasformazione. Le opere indagano il ruolo delle donne come custodi delle tradizioni e al tempo stesso come agenti di cambiamento, mettendo in evidenza le tensioni tra continuità culturale e ridefinizione dei modelli identitari. Serie come Les Visages de l’Héritage esplorano il legame tra generazioni attraverso ritratti e strutture formali che alludono alla stratificazione della memoria, evidenziando la capacità delle identità di rinnovarsi senza perdere il rapporto con le proprie radici.


              La pratica di Diaw si articola attraverso diversi media, tra cui pittura, scultura e performance. Il linguaggio visivo combina elementi astratti e simbolici, con un uso espressivo del colore e della forma che contribuisce a costruire una dimensione emotiva e narrativa. Le opere scultoree, spesso realizzate con materiali naturali o di recupero, introducono una relazione fisica e materica con i temi della memoria e dell’appartenenza, mentre la performance attiva il corpo come spazio di esperienza e di riflessione sulle dinamiche culturali e sociali.

              Nel corso della sua attività, l’artista ha partecipato a mostre e progetti espositivi in Europa, Africa e Nord America, affermandosi come una delle voci emergenti nel panorama dell’arte contemporanea legata alle tematiche della diaspora e della rappresentazione femminile. La sua pratica si inserisce in un contesto di ricerca che promuove il dialogo interculturale e una maggiore visibilità delle prospettive femminili all’interno del sistema dell’arte.


              Nel suo insieme, il lavoro di Binta Diaw propone una riflessione articolata sulle trasformazioni dell’identità nel mondo contemporaneo. Attraverso un linguaggio visivo stratificato e sensibile, le sue opere invitano a interrogare il rapporto tra memoria, appartenenza e costruzione del sé, offrendo una visione in cui esperienza personale e dimensione collettiva si intrecciano come elementi centrali della condizione diasporica.

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              Ako Atikossie

              Ako Atikossie (1980) è un artista togolese che vive e lavora tra Milano e Lomé.

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              Francis Offman

              Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio…

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              Soly Cisse

              Soly Cissé nasce nel 1969 a Dakar, in Senegal, in un contesto segnato da una forte stratificazione culturale e sociale.

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              Pedro Pires

              Pedro Pires (Luanda, 1978) è un artista angolano la cui pratica indaga le relazioni tra identità, migrazione e diritti umani attraverso…

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                Ako Atikossie

                Home / Archives for Opere / Giovani Voci

                Ako Atikossie

                Apertura della capsula, 2025, acrilico e olio sul tela, 224 X 125 X 8 cm, Courtesy Nashira Gallery.

                Ako Atikossie è un artista togolese nato nel 1980 a Zalivè e attualmente vive e lavora tra Milano e Lomé in Togo. 

                Atikossie è un pittore “atipico” della scena artistica contemporanea perché lontano dai personalismi autobiografici imperanti, al centro della sua ricerca non pone se stesso e la sua quotidianità ma l’indagine e lo svelamento della natura più intima delle cose che circondano l’essere umano.


                Con un approccio, infatti, più da scienziato che da artista studia e mostra allo spettatore l’impalpabile e l’invisibile delle leggi fisiche che regolano la vita dell’intero pianeta Terra, quei legami da cui dipende la sopravvivenza di tutti e che oggi giorno capita sempre più spesso siano soggetti a squilibri per colpa dei gesti e comportamenti di ciascuno di noi. 


                Alcune zone del pianeta lo sappiamo soffrono più di altre, tra loro l’Africa, il continente natale di Atikossie che giunto in Italia dal Togo per approfondire i propri studi artistici e conoscere quel “sistema dell’arte occidentale” che da sempre viene presentato come “unico”, ha saputo aprirsi alle nuove esperienze mantenendo una particolare sensibilità per l’ambiente e sviluppando un linguaggio pittorico unico con cui poter denunciare, nei propri quadri temi come lo sfruttamento indiscriminato di materie prime, la lotta degli Stati per l’accaparramento di quelle terre rare fondamentali per la produzione e sviluppo delle nuove tecnologie.


                Per fare tutto questo Atikossie ha sviluppato una pratica pittorica basata sull’accostamento di un segno minimo, un trattino, che ripetuto sulla tela per migliaia di volte dà vita a composizioni astratte pulsanti di colore. Un gesto semplice alla portata di tutti che ricorda quello della scrittura o della tessitura, di cui richiede i medesimi tempi dilatati e lunghi di realizzazione fatta di nodi e orditi là e di tratto e contro-tratto nella pratica di Atikossie. 


                Un’arte che affonda le sue radici nelle decorazioni tradizioni artigianali e tribali del continente e come lui stesso afferma per indagare i misteri della natura e della materia: “Nella mia ricerca esploro varie orientazioni del segno meno, creando forme, spazi e dimensioni geometriche. Considero il tratto “-“ come rappresentazione dell’elettrone, come un simbolo che aiuta a comprendere e indagare le componenti fondamentali della materia. Attraverso il mio lavoro, creo spazi inesistenti o astratti che mirano a evocare l’intuizione dell’osservatore riguardo alla natura dinamica della materia.”

                Le opere di Ako Atikossie sono nel contempo semplici e complesse. Opere vive e da vivere.

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                Binta Diaw

                Binta Diaw (1991) è un’artista di origine senegalese la cui pratica multidisciplinare indaga le relazioni tra identità, memoria culturale…

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                Francis Offman

                Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio…

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                Soly Cissé nasce nel 1969 a Dakar, in Senegal, in un contesto segnato da una forte stratificazione culturale e sociale.

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                Victor Fotso Nyie

                Victor Fotso Nyie (Camerun, 1990) è un artista la cui pratica scultorea indaga le relazioni tra memoria personale, eredità culturale e dimensione spirituale…

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                  Adji Dieye

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                  Adji Dieye

                  Principals, 2024. Ferro dipinto, serigrafia su seta 120 × 210 × 60 cm.

                  Adji Dieye (1991) è un’artista multidisciplinare che vive e lavora tra Milano e Dakar.

                  La sua pratica indaga i processi attraverso cui le epistemologie nazionali vengono costruite e diffuse all’interno dei contesti pubblici e istituzionali, mettendo in relazione produzione del sapere, dispositivi di rappresentazione e dinamiche di potere.

                  Cresciuta in un contesto segnato da una complessa stratificazione storica e culturale, sviluppa una ricerca attenta alle eredità coloniali e ai meccanismi attraverso cui le identità contemporanee vengono narrate e legittimate.


                  Fin dagli esordi, il suo lavoro si concentra sull’analisi critica delle narrazioni ufficiali del progresso e della modernità. Attraverso l’esame di archivi, linguaggi visivi e spazi istituzionali, Dieye indaga le modalità con cui immagini, testi e strutture architettoniche contribuiscono a costruire un immaginario collettivo condiviso.

                  La dimensione transnazionale della sua esperienza, tra Europa e Africa occidentale, costituisce un elemento centrale della sua pratica, permettendole di confrontare differenti modelli di rappresentazione e sistemi di trasmissione della conoscenza.
                  Al centro della sua ricerca si colloca il rapporto tra rappresentazione e costruzione della realtà.
                  Le sue opere mettono in luce le tensioni tra esperienza vissuta e narrazione istituzionale, interrogando le promesse di sviluppo e progresso spesso presentate come percorsi lineari e universali. Attraverso un approccio che intreccia analisi storica e immaginazione speculativa, l’artista evidenzia le ambiguità e le contraddizioni insite nei dispositivi visivi e discorsivi che definiscono ciò che viene riconosciuto come sapere legittimo.


                  La pratica di Dieye si caratterizza per un linguaggio multidisciplinare che include fotografia, video, installazione e ricerca d’archivio.
                  Documenti storici, immagini pubblicitarie, elementi architettonici e dispositivi espositivi vengono attivati come materiali critici, capaci di rivelare le logiche ideologiche e politiche sottese ai sistemi di rappresentazione. Le opere assumono spesso una dimensione installativa e dialogano con lo spazio espositivo, coinvolgendo lo spettatore in un processo di lettura attiva e riflessiva.


                  Nel suo insieme, la ricerca di Adji Dieye propone una riflessione rigorosa e critica sulle relazioni tra immagine, conoscenza e potere.
                  Attraverso una pratica analitica e concettualmente stratificata, l’artista costruisce dispositivi visivi che invitano a interrogare i sistemi attraverso cui la storia viene raccontata e il futuro immaginato, affermandosi come una delle voci più significative della sua generazione nel dibattito contemporaneo sulla costruzione del sapere e dell’immaginario collettivo.

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                  Binta Diaw (1991) è un’artista di origine senegalese la cui pratica multidisciplinare indaga le relazioni tra identità, memoria culturale…

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                  Francis Offman (Butare, Ruanda, 1987) è un artista la cui pratica indaga le relazioni tra memoria, identità e costruzione della storia attraverso un linguaggio…

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                  Soly Cissé nasce nel 1969 a Dakar, in Senegal, in un contesto segnato da una forte stratificazione culturale e sociale.

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