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Pittura dal Marocco

Jilali Gharbaoui

Home / Archives for Opere / Pittura dal Marocco

Jilali Gharbaoui

Jilali Gharbaoui, Senza titolo, 1968. Olio su tela, cm 56×85. Collezione Giglio

Jilali Gharbaoui nasce nel 1930 a Jorf El Melha, in Marocco, in un contesto rurale e modesto che segna profondamente la sua sensibilità.

Fin dall’infanzia manifesta un carattere inquieto e una forte inclinazione al disegno, vissuta come necessità interiore più che come scelta professionale.
La sua vita e la sua opera sono attraversate da una tensione costante, fatta di ricerca, instabilità e desiderio di assoluto, che lo renderanno una delle figure più intense e tragiche dell’arte marocchina del Novecento.

Ancora giovanissimo si trasferisce a Casablanca e poi a Rabat, dove entra in contatto con ambienti artistici e intellettuali in trasformazione. Ottiene una borsa di studio che gli consente di proseguire la formazione in Europa, prima a Parigi e poi a Roma. È qui che Gharbaoui si confronta con le correnti dell’arte moderna internazionale, in particolare con l’astrazione lirica e la pittura gestuale, trovando un linguaggio capace di dare forma alla sua urgenza espressiva.

A differenza di altri artisti marocchini della sua generazione, Gharbaoui non cerca un dialogo diretto con i simboli tradizionali o con l’artigianato locale. La sua è una ricerca più solitaria e radicale, che si sviluppa attraverso il gesto pittorico, la materia e il ritmo. Le sue opere sono composte da segni rapidi, pennellate nervose, stratificazioni di colore che sembrano emergere da uno stato di tensione emotiva. La pittura diventa un campo di battaglia, uno spazio in cui l’artista mette in gioco il proprio corpo e la propria interiorità.

Il colore, spesso scuro o contrastato, non descrive ma suggerisce. Non c’è narrazione figurativa né riferimento esplicito al reale: ciò che conta è il movimento, l’energia, il rapporto immediato tra mano e superficie. In questo senso, Gharbaoui può essere considerato uno dei primi artisti marocchini ad aver abbracciato pienamente un linguaggio astratto contemporaneo, svincolato da ogni intento illustrativo o decorativo.

Nonostante il riconoscimento ottenuto in alcuni ambienti europei, la sua vita rimane segnata dalla precarietà. Il ritorno in Marocco è difficile, così come l’inserimento stabile nei circuiti artistici. Gharbaoui vive tra l’Europa e il suo paese natale in una condizione di isolamento crescente, aggravata da problemi personali e di salute. Questa fragilità si riflette nella sua pittura, che appare sempre più intensa, essenziale, quasi disperata.

Jilali Gharbaoui muore prematuramente nel 1971 a Parigi, in circostanze tragiche, lasciando un’opera relativamente breve ma di straordinaria forza. Solo dopo la sua scomparsa il suo lavoro viene progressivamente rivalutato, assumendo un ruolo centrale nella storia dell’arte moderna marocchina. Oggi è considerato una figura chiave dell’astrazione nordafricana, un artista che ha saputo portare la pittura marocchina su un terreno di ricerca universale.

La sua opera continua a parlare attraverso il gesto e la materia, testimoniando una ricerca radicale e senza compromessi. In Gharbaoui, la pittura non è rappresentazione ma esperienza, traccia di un’esistenza vissuta intensamente e fino in fondo. La sua eredità risiede proprio in questa sincerità assoluta, che rende il suo lavoro ancora oggi potente e profondamente contemporaneo.


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Fatima Hassan El Farouj

Fatima Hassan El Farouj è un’artista marocchina la cui ricerca si colloca all’interno di una generazione che ha contribuito ad ampliare e articolare il panorama dell’arte contemporanea del Marocco, ponendo al centro questioni legate all’identità

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Jacques Majorelle

Jacques Majorelle nasce nel 1886 a Nancy, in Francia, in un ambiente artistico legato al movimento Art Nouveau.

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Mohamed Kacimi

Mohamed Kacimi nasce nel 1942 a El Jadida, sulla costa atlantica del Marocco.

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Chaibia Talal

Chaibia Talal Chaibia Talal nasce nel 1929 a Chtouka, in una zona rurale del Marocco, in un contesto segnato da povertà, lavoro agricolo…

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    Mohammed Ben Ali R’bati

    Home / Archives for Opere / Pittura dal Marocco

    Mohammed Ben Ali R’bati

    Mohammed ben Ali R’bati, Senza Titolo (Rito), anni 30. Acquarello su carta, cm 50×70

    Mohammed Ben Ali R’bati nasce intorno al 1861 a Rabat, in Marocco, in un contesto sociale umile e lontano dai circuiti ufficiali dell’arte.
    La sua vicenda personale e artistica si sviluppa ai margini delle istituzioni, in un’epoca in cui il concetto stesso di “artista” non aveva ancora una definizione stabile nel mondo marocchino.

    Autodidatta, privo di una formazione accademica e inizialmente analfabeta, R’bati rappresenta una figura pionieristica: è considerato il primo pittore marocchino moderno conosciuto per nome.

    Ancora giovane si trasferisce a Tangeri, città cosmopolita e crocevia di culture, che alla fine dell’Ottocento accoglie commercianti, diplomatici e viaggiatori europei. Qui R’bati lavora come domestico e cuoco presso famiglie straniere, entrando in contatto con stili di vita, oggetti e immagini provenienti da altri mondi. È proprio in questo ambiente che nasce la sua vocazione artistica. Inizia a dipingere su materiali poveri — cartone, carta, legno — usando colori semplici, spesso di recupero. I suoi primi lavori attirano l’attenzione di alcuni residenti europei, che ne riconoscono l’originalità e lo incoraggiano a proseguire.


    La pittura di R’bati è profondamente radicata nella vita quotidiana marocchina. I suoi soggetti sono scene di strada, mercati, cerimonie religiose, feste popolari, interni domestici, paesaggi urbani e rurali. Le figure, stilizzate e bidimensionali, sono spesso disposte frontalmente, prive di prospettiva tradizionale, ma cariche di vitalità narrativa. Ogni dipinto appare come una piccola cronaca visiva, un racconto silenzioso che restituisce gesti, abiti e rituali di un mondo osservato dall’interno.

    Un elemento distintivo della sua opera è l’uso del testo scritto direttamente sulla superficie pittorica. Le iscrizioni, in arabo, servono a identificare i personaggi, spiegare le scene o rafforzarne il significato. Questo intreccio di immagine e parola conferisce alle opere un carattere documentario e testimoniale, rendendole strumenti di memoria collettiva oltre che oggetti artistici. R’bati dipinge per raccontare, per fissare ciò che vede, per dare forma visiva a una realtà quotidiana spesso ignorata dagli sguardi esterni.


    Per molti anni la sua arte viene percepita come ingenua o folkloristica, ma oggi è riconosciuta come un esempio fondamentale di pittura narrativa e popolare. Pur lavorando al di fuori delle accademie e dei canoni occidentali, R’bati sviluppa un linguaggio coerente e personale, capace di unire osservazione diretta, sensibilità narrativa e forte identità culturale. Le sue opere non idealizzano il Marocco: ne mostrano la complessità, la ritualità e la dimensione comunitaria.


    Negli ultimi anni della sua vita, grazie all’interesse di collezionisti e studiosi, la sua produzione ottiene un riconoscimento più ampio. Mohammed Ben Ali R’bati muore nel 1939 a Tangeri, lasciando un corpus di opere che costituisce una testimonianza visiva preziosa della società marocchina tra XIX e XX secolo.
    Oggi R’bati è considerato una figura chiave nella storia dell’arte marocchina. La sua pittura, semplice solo in apparenza, anticipa molte riflessioni sull’identità, sulla rappresentazione e sul valore dell’esperienza quotidiana. Attraverso uno sguardo diretto e privo di mediazioni, Mohammed Ben Ali R’bati ha trasformato la vita di tutti i giorni in racconto pittorico, aprendo la strada a una modernità artistica profondamente radicata nel contesto locale.







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    Chaibia Talal Chaibia Talal nasce nel 1929 a Chtouka, in una zona rurale del Marocco, in un contesto segnato da povertà, lavoro agricolo…

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    Farid Belkaia

    Farid Belkahia nasce nel 1934 a Marrakech, in un Marocco ancora sotto il protettorato francese.

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    Fatna Gbouri

    Fatna Gbouri nasce nel 1924 a Tnine El Gharbia, una zona rurale della provincia di Safi, in un contesto segnato da condizioni di vita semplici e da un forte radicamento nelle tradizioni comunitarie e familiari.

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    Fatima Hassan El Farouj è un’artista marocchina la cui ricerca si colloca all’interno di una generazione che ha contribuito ad ampliare e articolare il panorama dell’arte contemporanea del Marocco, ponendo al centro questioni legate all’identità

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      Mohamed Melehi

      Home / Archives for Opere / Pittura dal Marocco

      Mohamed Melehi

      Mohamed Melehi, Senza Titolo, 2014. Acrilico su tela, 100 x 100 cm. Collezione Giglio, Piacenza.

      Mohamed Melehi nasce nel 1936 ad Asilah, sulla costa atlantica del Marocco, in un paese ancora segnato dal protettorato coloniale. Fin dagli esordi, la sua ricerca artistica si sviluppa all’incrocio tra apertura internazionale e costruzione di un linguaggio visivo profondamente legato al contesto culturale marocchino.

      Melehi è una figura chiave dell’arte moderna e contemporanea del Marocco, non solo per la forza iconica della sua opera, ma anche per il ruolo centrale che ha avuto nella ridefinizione del rapporto tra arte, spazio pubblico e identità collettiva nel secondo Novecento.


      Dopo una prima formazione artistica in Marocco, Melehi prosegue gli studi in Europa e negli Stati Uniti. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma e successivamente si trasferisce a New York, dove entra in contatto diretto con l’arte astratta, l’Hard Edge painting e le ricerche moderniste americane degli anni Sessanta. Questa esperienza internazionale è decisiva per la definizione del suo linguaggio formale, basato su colore puro, ritmo e struttura, ma non si traduce mai in una semplice adesione ai modelli occidentali.


      Al suo ritorno in Marocco, nei primi anni Sessanta, Melehi compie una scelta fondamentale: utilizzare gli strumenti della modernità astratta per costruire un’estetica autonoma, capace di dialogare con la cultura visiva locale. Insieme a Farid Belkahia e Mohamed Chabâa, partecipa attivamente alla nascita della Scuola di Casablanca, un’esperienza collettiva che mette in discussione l’idea di arte come pratica elitaria e promuove un legame diretto tra creazione artistica, artigianato, grafica e spazio urbano. In questo contesto, Melehi è tra i principali promotori di un’arte pensata per essere vista e vissuta nello spazio pubblico.


      Il linguaggio visivo di Melehi è immediatamente riconoscibile. A partire dalla metà degli anni Sessanta sviluppa il celebre motivo delle onde e delle fiamme stilizzate, forme sinuose e ripetute che attraversano la superficie pittorica con un andamento ritmico e ipnotico. Questi segni, apparentemente astratti, evocano elementi naturali e simbolici — il mare, l’energia, il movimento, la luce — e rimandano al paesaggio atlantico della sua città natale, così come alla tradizione decorativa e ornamentale del mondo arabo-islamico. Il colore, intenso e saturo, diventa il vero protagonista dell’opera, capace di costruire uno spazio visivo vibrante e dinamico.


      Accanto alla pittura su tela, Melehi lavora su manifesti, murales, grafiche e progetti editoriali. Emblematica è la sua partecipazione alle azioni artistiche nello spazio pubblico di Casablanca alla fine degli anni Sessanta, quando le opere vengono esposte direttamente nelle piazze e nelle strade, in un gesto politico e culturale che rompe con le convenzioni istituzionali. L’arte, per Melehi, non è un oggetto isolato, ma uno strumento di comunicazione, educazione visiva e affermazione identitaria.
      Parallelamente alla pratica artistica, Melehi svolge un ruolo fondamentale come organizzatore culturale. Nel 1978 fonda il Moussem culturale di Asilah, trasformando la sua città natale in un centro internazionale di incontro tra artisti, intellettuali e scrittori. Questo progetto rafforza la sua visione di un’arte aperta, partecipata e radicata nel territorio, capace di generare dialogo tra culture diverse.


      Le opere di Mohamed Melehi sono state esposte in numerose mostre internazionali e fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. Il suo lavoro ha contribuito in modo decisivo a ridefinire l’immagine dell’arte marocchina contemporanea sulla scena globale, dimostrando che l’astrazione può essere un linguaggio profondamente situato, carico di memoria e significato.
      Mohamed Melehi muore nel 2020. La sua eredità è oggi più che mai attuale: attraverso forme semplici e potenti, ha saputo costruire un vocabolario visivo capace di unire modernità e tradizione, locale e universale, arte e vita quotidiana. La sua opera continua a testimoniare come il colore e il segno possano diventare strumenti di libertà, identità e immaginazione collettiva.

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        Mohamed Kacimi

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        Mohamed Kacimi

        Mohamed Kacimi, Senza titolo, 1991. Olio su tela, cm 120×100. Collezione Giglio

        Mohamed Kacimi nasce nel 1942 a El Jadida, sulla costa atlantica del Marocco.

        La sua formazione e la sua ricerca si sviluppano in un periodo cruciale per la storia culturale del Paese, segnato dal processo di decolonizzazione e dalla necessità di ridefinire un’identità artistica autonoma.
        Fin dagli esordi, Kacimi si distingue per una sensibilità profonda e introspettiva, orientata verso una pittura che privilegia il segno, la materia e la dimensione poetica dell’immagine.

        Dopo gli studi in Marocco, prosegue la sua formazione in Europa, in particolare a Parigi, dove entra in contatto con le correnti dell’astrazione contemporanea. Tuttavia, come molti artisti della sua generazione, Kacimi non si limita ad assimilare i linguaggi occidentali, ma li rielabora alla luce della propria esperienza culturale. La sua pittura nasce così dall’incontro tra modernità internazionale e tradizioni visive del mondo arabo-islamico, in un equilibrio delicato e personale.

        Il suo linguaggio artistico è prevalentemente astratto, ma carico di suggestioni simboliche. Le superfici pittoriche sono attraversate da segni calligrafici, tracce, stratificazioni cromatiche che evocano scritture antiche, paesaggi interiori, memorie sedimentate. Il riferimento alla calligrafia non è mai letterale o decorativo: Kacimi utilizza il segno come gesto libero, come ritmo, come respiro visivo. La pittura diventa uno spazio di meditazione, in cui il tempo sembra rallentare e la materia si carica di significato.

        Il colore svolge un ruolo centrale nella sua opera. Toni profondi, talvolta scuri, talvolta luminosi, costruiscono atmosfere dense e contemplative. Le superfici appaiono vissute, come se portassero le tracce di un dialogo silenzioso tra l’artista e la tela. In molte opere, il processo è visibile: cancellazioni, sovrapposizioni e segni incompiuti rivelano una pratica pittorica intesa come ricerca continua piuttosto che come risultato definitivo.

        Parallelamente alla pittura, Mohamed Kacimi è stato anche un intellettuale impegnato. Poeta, scrittore e attento osservatore della realtà sociale, ha spesso riflettuto sul ruolo dell’artista nella società contemporanea e sul rapporto tra arte, etica e responsabilità civile. Questo impegno si riflette in una produzione che, pur mantenendo un tono lirico e astratto, non è mai completamente separata dal mondo, ma attraversata da una tensione umana e morale.

        A partire dagli anni Settanta, Kacimi espone regolarmente in Marocco e all’estero, partecipando a mostre che contribuiscono a dare visibilità all’arte contemporanea nordafricana. La sua opera viene apprezzata per la capacità di unire rigore formale e profondità emotiva, collocandosi in una posizione autonoma rispetto ai movimenti e alle mode.

        Mohamed Kacimi muore nel 2003, lasciando un’eredità significativa. Oggi è considerato una figura fondamentale della pittura marocchina contemporanea, un artista che ha saputo trasformare il segno e il colore in strumenti di introspezione e di dialogo culturale. La sua opera continua a parlare attraverso il silenzio delle forme, invitando lo spettatore a un’esperienza contemplativa in cui memoria, scrittura e pittura si fondono in un’unica, intensa visione.


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          Mohamed Fquih Regragui

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          Mohamed Fquih Regragui

          Mohamed Fquih Regragui, Senza titolo, 2006.
          Colori a olio su tela, cm 140 x 100.Collezione Giglio

          Mohamed Fquih Regragui nasce nel 1948 a Rabat, in un Marocco che, nel secondo dopoguerra, è attraversato da profondi cambiamenti politici, sociali e culturali.

          La sua formazione e la sua ricerca artistica si sviluppano all’interno di questo clima di trasformazione, in cui la giovane scena artistica marocchina è chiamata a ridefinire i propri linguaggi e le proprie radici dopo l’indipendenza. Fin dagli esordi, Fquih Regragui si distingue per una pittura introspettiva e rigorosa, orientata verso l’astrazione e il simbolo.

          Dopo gli studi artistici in Marocco, prosegue la sua formazione in Europa, dove entra in contatto con le correnti dell’arte moderna e contemporanea. Questo confronto internazionale non lo conduce però a un’adesione mimetica ai modelli occidentali, ma rafforza in lui la necessità di costruire un linguaggio personale, capace di dialogare con la memoria culturale e spirituale del mondo marocchino. La sua opera nasce proprio da questa tensione tra apertura e radicamento, tra ricerca formale e riflessione identitaria.

          La pittura di Mohamed Fquih Regragui è caratterizzata da superfici dense, attraversate da segni, simboli e forme essenziali. L’astrazione non è mai puramente formale: ogni elemento sembra alludere a una dimensione interiore, a un ordine invisibile che richiama la spiritualità, il silenzio e la contemplazione. Le composizioni appaiono spesso equilibrate, meditate, come se il gesto pittorico fosse il risultato di un processo lento e riflessivo piuttosto che di un impulso immediato.

          Il segno occupa un ruolo centrale nella sua ricerca. Tratti, incisioni, forme ripetute evocano alfabeti immaginari, scritture arcaiche o mappe simboliche. Il riferimento alla calligrafia e alle tradizioni visive arabo-islamiche è presente, ma sempre trasfigurato: non si tratta di citazioni dirette, bensì di una rielaborazione poetica del segno come veicolo di senso. In questo modo, la pittura diventa uno spazio di meditazione, in cui il visibile e l’invisibile si incontrano.

          Anche il colore è utilizzato con misura e consapevolezza. Le tonalità, spesso profonde e terrose, contribuiscono a creare atmosfere raccolte, talvolta austere, che invitano a una fruizione lenta. Le superfici pittoriche sembrano trattenere il tempo, come se ogni strato cromatico custodisse una traccia di memoria. L’opera non si offre mai in modo immediato, ma chiede allo spettatore attenzione e ascolto.

          Nel corso della sua carriera, Fquih Regragui ha esposto in numerosi contesti nazionali e internazionali, partecipando attivamente alla costruzione di una scena artistica marocchina consapevole e autonoma. Pur mantenendo una posizione discreta e lontana dalle mode, il suo lavoro è stato apprezzato per la coerenza e la profondità della ricerca, collocandosi in una linea di continuità con quegli artisti che hanno scelto l’astrazione come spazio di interrogazione esistenziale e culturale.

          Mohamed Fquih Regragui è oggi riconosciuto come una figura significativa dell’arte moderna e contemporanea marocchina. La sua opera testimonia una visione dell’arte come pratica di conoscenza, in cui il segno e il colore diventano strumenti per esplorare il rapporto tra individuo, memoria e spiritualità. Attraverso una pittura silenziosa ma intensa, l’artista continua a offrire uno spazio di riflessione che trascende il tempo e le appartenenze geografiche, confermando il valore universale della sua ricerca.



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          Fatima Hassan El Farouj è un’artista marocchina la cui ricerca si colloca all’interno di una generazione che ha contribuito ad ampliare e articolare il panorama dell’arte contemporanea del Marocco, ponendo al centro questioni legate all’identità

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            Jacques Majorelle

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            Jacques Majorelle

            Jacques Majorelle, Grand Atlas. Colori a olio su tavola, cm 55 x 100 (Courtesy Collezione Giglio)

            Jacques Majorelle nasce nel 1886 a Nancy, in Francia, in un ambiente artistico legato al movimento Art Nouveau.

            Figlio del designer e decoratore Louis Majorelle, si forma inizialmente nel contesto culturale francese, studiando pittura a Parigi presso l’Académie Julian. I suoi primi lavori risentono delle ricerche post-impressioniste e di una sensibilità decorativa attenta al colore e alla sintesi formale.


            Nel 1917 compie il suo primo viaggio in Marocco, esperienza che segna una svolta decisiva nella sua vita e nella sua ricerca. Affascinato dalla qualità della luce, dalla varietà dei paesaggi e dalla dimensione visiva delle città e dei villaggi, decide di stabilirsi a Marrakech, dove vivrà per lunghi periodi fino agli ultimi anni della sua esistenza. Il Marocco diventa così il centro della sua produzione artistica e della sua identità di pittore.


            La sua opera si inserisce nella tradizione della pittura orientalista del primo Novecento, ma si distingue per un approccio meno narrativo e più strutturale. Majorelle evita spesso l’aneddoto esotico o la rappresentazione folkloristica, concentrandosi invece sugli elementi visivi essenziali: architetture, mura, palmeti, montagne dell’Atlante, villaggi e scorci urbani. Le figure umane, quando presenti, sono integrate nello spazio piuttosto che protagoniste della scena.


            La presenza di Majorelle in Marocco si colloca tuttavia nel contesto storico del protettorato francese, e la sua produzione riflette la complessità di uno sguardo europeo sul territorio nordafricano. Se da un lato il suo lavoro contribuisce a diffondere un’immagine visiva potente del paesaggio e dell’architettura marocchina, dall’altro resta legato a una prospettiva esterna, che interpreta il contesto locale attraverso sensibilità e categorie culturali europee. In questo senso, la sua opera rappresenta una testimonianza significativa delle dinamiche di rappresentazione e di scambio culturale proprie del periodo coloniale.


            Accanto alla pittura, Majorelle sviluppa uno dei progetti più emblematici della sua visione estetica: la creazione del suo giardino a Marrakech. A partire dagli anni Venti realizza un complesso botanico e architettonico concepito come un’opera totale, dove piante provenienti da diversi continenti dialogano con percorsi, bacini e strutture dipinte nel celebre blu intenso che prenderà il nome di “blu Majorelle”. Questo spazio riflette il suo interesse per la relazione tra natura, colore e architettura, trasformando l’ambiente in un’esperienza artistica immersiva.


            Muore nel 1962 a Parigi. Oggi Jacques Majorelle occupa una posizione particolare nella storia dell’arte legata al Marocco.
            La sua opera testimonia l’incontro tra sensibilità europea e paesaggio nordafricano, ma anche le ambiguità e le tensioni di uno sguardo esterno in epoca coloniale. Majorelle ha contribuito a costruire un immaginario duraturo, che continua a influenzare la percezione estetica del Marocco nel contesto internazionale.



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              Hassan El Glaoui

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              Hassan El Glaoui

              Hassan El Glaoui, Allegeance, 2010. Tempera su isorel, cm 77 x 107. Collezione Giglio

              Hassan El Glaoui nasce nel 1924 a Marrakech, all’interno di una delle famiglie più influenti del Marocco: è figlio del Pascià di Marrakech, Thami El Glaoui.

              Cresce in un ambiente di potere e privilegio, ma fin da giovane dimostra una sensibilità artistica che si sviluppa in modo spontaneo e indipendente, lontano dalle aspettative politiche e sociali legate al suo nome. Il disegno e la pittura diventano per lui un linguaggio di libertà, uno spazio personale in cui osservare e reinterpretare il mondo che lo circonda.

              Il suo talento emerge precocemente. Ancora adolescente, i suoi lavori attirano l’attenzione di Winston Churchill, che durante un soggiorno in Marocco rimane colpito dai suoi dipinti e convince il padre a permettergli di studiare arte.
              Questo episodio segna una svolta decisiva: El Glaoui si trasferisce a Parigi, dove frequenta l’École des Beaux-Arts e si confronta con la pittura figurativa europea, approfondendo tecniche, composizione e uso del colore.

              Nonostante la formazione occidentale, Hassan El Glaoui non perde mai il legame con il Marocco. Anzi, la distanza rafforza il desiderio di raccontarne la cultura e le tradizioni attraverso la pittura.
              Tornato nel suo paese, sviluppa un linguaggio figurativo immediatamente riconoscibile, incentrato su uno dei soggetti più emblematici della cultura marocchina: il cavallo. Le sue celebri scene di fantasia — rievocazioni pittoriche delle tradizionali esibizioni equestri — diventano il cuore della sua produzione artistica.

              Nei dipinti di El Glaoui, il cavallo non è solo un elemento decorativo, ma un simbolo potente di energia, nobiltà, movimento e identità. Le figure equestri sono spesso rappresentate in corsa, colte in un istante di tensione dinamica, con cavalieri vestiti di abiti tradizionali e armi cerimoniali. Il colore è intenso, caldo, talvolta audace; la pennellata è decisa, capace di trasmettere ritmo e vitalità. La composizione, pur restando figurativa, tende a una sintesi formale che rende le immagini immediate e fortemente evocative.

              Accanto alle scene di fantasia, El Glaoui dipinge ritratti, paesaggi e momenti di vita quotidiana marocchina. Le sue opere restituiscono un mondo osservato con affetto e partecipazione, privo di nostalgia idealizzante ma ricco di orgoglio culturale. La sua pittura non intende documentare in senso etnografico, bensì trasmettere un’esperienza visiva ed emotiva, capace di comunicare a un pubblico internazionale.

              A partire dagli anni Cinquanta, Hassan El Glaoui espone regolarmente in Marocco, Europa e Stati Uniti, ottenendo un crescente riconoscimento. Le sue opere entrano in collezioni pubbliche e private, contribuendo a diffondere un’immagine dell’arte marocchina contemporanea fondata sulla continuità tra tradizione e modernità. Pur non aderendo a movimenti d’avanguardia, El Glaoui costruisce una posizione autonoma, fedele a una figurazione espressiva e personale.

              Hassan El Glaoui muore nel 2018. Oggi è considerato una figura centrale della pittura marocchina del Novecento. La sua opera testimonia come l’arte possa nascere dall’incontro tra mondi diversi — aristocrazia e popolo, tradizione e modernità, Marocco ed Europa — trasformando l’identità culturale in una narrazione visiva potente e condivisibile. Attraverso i suoi cavalli lanciati al galoppo, El Glaoui continua a raccontare la forza, il movimento e la memoria di un intero paese.


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                Fatna Gbouri

                Fatna Gbouri, Senza titolo, anni 90. Colori a olio su tavola, cm 30 x 40 (Collezione Giglio)

                Fatna Gbouri nasce nel 1924 a Tnine El Gharbia, una zona rurale della provincia di Safi, in un contesto segnato da condizioni di vita semplici e da un forte radicamento nelle tradizioni comunitarie e familiari.

                La sua vicenda artistica si sviluppa al di fuori dei percorsi accademici e si inserisce in quella linea dell’arte marocchina del Novecento in cui la pratica creativa nasce dall’esperienza vissuta, dalla memoria e da una necessità espressiva profonda più che da una formazione istituzionale.

                Per gran parte della sua vita, Gbouri è impegnata nelle responsabilità domestiche e nel lavoro quotidiano legato all’ambiente rurale. È solo in età avanzata che si avvicina alla pittura, trasformando progressivamente l’atto creativo in uno spazio di espressione personale e di autonomia. Priva di una formazione artistica formale, sviluppa un linguaggio spontaneo e coerente, guidato dall’intuizione e da un rapporto diretto con il colore, la forma e il ricordo.

                La sua opera è profondamente legata alla dimensione della vita quotidiana e, in particolare, all’esperienza femminile. Le composizioni presentano spesso figure di donne impegnate in attività domestiche, scene di vita familiare, momenti di condivisione o di lavoro. Queste immagini non hanno un carattere puramente narrativo o documentario: piuttosto, condensano atmosfere, gesti e relazioni, restituendo la dimensione collettiva e affettiva della vita rurale marocchina.

                Uno degli elementi più distintivi della sua pittura è l’uso del colore. Le superfici sono costruite attraverso tonalità intense e luminose — rossi, blu, verdi e gialli — impiegate in modo espressivo piuttosto che descrittivo. Il colore contribuisce a creare uno spazio visivo compatto e vibrante, in cui figure e ambiente si integrano in una visione unitaria, talvolta sospesa tra realtà e memoria.

                Dal punto di vista formale, le figure appaiono semplificate, bidimensionali e prive di prospettiva tradizionale. Lo spazio pittorico è organizzato secondo una logica intuitiva, spesso arricchito da elementi decorativi, tessuti, oggetti e motivi ornamentali che rimandano alla cultura materiale e alle pratiche quotidiane del contesto locale. Questa sintesi visiva conferisce alle opere una forza immediata e una grande chiarezza narrativa.

                Attraverso figure essenziali, colori intensi e una visione profondamente legata alla vita quotidiana, Fatna Gbouri, scomparsa nel 2012, ha costruito un universo visivo diretto e autentico. La sua opera restituisce dignità e centralità all’esperienza delle donne e al mondo rurale, trasformando gesti ordinari e spazi domestici in immagini di memoria e identità. In questo senso, la sua pittura rappresenta una testimonianza preziosa e una voce significativa nel panorama dell’arte marocchina del Novecento.

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                Jacques Majorelle nasce nel 1886 a Nancy, in Francia, in un ambiente artistico legato al movimento Art Nouveau.

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                  Fatima Hassan El Farouj, Senza titolo, 2002. Olio su tela cm 100 x 140. Collezione Giglio

                  Fatima Hassan El Farouj è un’artista marocchina la cui ricerca si colloca all’interno di una generazione che ha contribuito ad ampliare e articolare il panorama dell’arte contemporanea del Marocco, ponendo al centro questioni legate all’identità, alla memoria e al ruolo della donna nella società.

                  Il suo lavoro si sviluppa in un dialogo costante tra esperienza personale e dimensione collettiva, intrecciando linguaggi visivi contemporanei e riferimenti culturali profondamente radicati nel contesto nordafricano.

                  La formazione di El Farouj avviene in un periodo di forte trasformazione del sistema artistico marocchino, caratterizzato da una crescente apertura internazionale e da una rinnovata attenzione verso pratiche sperimentali. In questo contesto, l’artista costruisce un percorso autonomo, interessato più al processo e al significato che alla pura formalità estetica. La sua pratica si muove tra pittura, installazione e, in alcuni casi, uso di materiali tessili e superfici non convenzionali, scelti per il loro valore simbolico oltre che visivo.

                  Uno degli aspetti centrali della sua ricerca è il corpo, inteso non solo come presenza fisica ma come luogo di iscrizione della memoria, delle tradizioni e delle tensioni sociali. Le sue opere evocano spesso figure femminili, segni, tracce o allusioni che rimandano alla condizione della donna, al rapporto tra visibilità e silenzio, tra spazio privato e spazio pubblico.
                  Il linguaggio adottato non è mai illustrativo: El Farouj preferisce suggerire, stratificare, lasciare emergere significati attraverso la materia e il ritmo delle forme.

                  Il colore e la superficie giocano un ruolo fondamentale nel suo lavoro. Le cromie, talvolta sobrie e talvolta più intense, sembrano dialogare con la luce e con il tempo, mentre le texture introducono una dimensione tattile che invita a una fruizione lenta e contemplativa. In alcune opere, il riferimento alle pratiche artigianali tradizionali — come il tessuto, il ricamo o la decorazione — viene rielaborato in chiave contemporanea, trasformandosi in strumento di riflessione critica piuttosto che in semplice citazione culturale.

                  Il lavoro di Fatima Hassan El Farouj si inserisce in un discorso più ampio sull’arte come spazio di narrazione e resistenza.
                  Le sue opere non offrono risposte immediate, ma pongono domande sul rapporto tra individuo e società, tra eredità culturale e trasformazione. In questo senso, la sua pratica dialoga con le istanze di molte artiste africane contemporanee, impegnate a ridefinire ruoli, linguaggi e prospettive.

                  Esposta in contesti nazionali e internazionali, El Farouj contribuisce a una visione dell’arte marocchina plurale e dinamica, lontana da definizioni univoche. La sua ricerca, intima e al tempo stesso politica, dimostra come l’arte possa diventare uno spazio di riflessione critica e di affermazione identitaria.

                  Attraverso una pratica sensibile e stratificata, Fatima Hassan El Farouj costruisce un linguaggio personale che unisce memoria, materia e gesto contemporaneo. La sua opera invita lo spettatore a un confronto silenzioso ma profondo, in cui la dimensione individuale si apre a una lettura universale, confermandola come una voce significativa nel panorama dell’arte africana contemporanea.

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                    AL 17 MAGGIO 2026
                    Palazzo Gotico
                    Piazza Cavalli, Piacenza

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                    Farid Belkaia

                    Home / Archives for Opere / Pittura dal Marocco

                    Farid Belkaia

                    Farid Belkahia, Senza titolo, 1982 Tintura su pelle, montata su legno, cm 84×80. Collezione Giglio

                    Farid Belkahia nasce nel 1934 a Marrakech, in un Marocco ancora sotto il protettorato francese.

                    Fin dagli esordi, la sua traiettoria artistica si distingue per una tensione costante tra apertura internazionale e profondo radicamento culturale.

                    Belkahia è una delle figure centrali dell’arte moderna e contemporanea marocchina, non solo per la sua opera, ma anche per il ruolo fondamentale svolto nella ridefinizione dell’identità artistica del Paese nel secondo Novecento.

                    Dopo una prima formazione all’École des Beaux-Arts di Parigi, prosegue gli studi a Praga, dove entra in contatto con l’arte moderna europea e con le ricerche astratte. Questa esperienza internazionale segna profondamente il suo linguaggio, ma al rientro in Marocco, alla fine degli anni Cinquanta, Belkahia compie una scelta decisiva: rifiutare l’imitazione dei modelli occidentali per costruire una modernità artistica autonoma, fondata sulle tradizioni, sui simboli e sui materiali della cultura marocchina.

                    Negli anni Sessanta diventa direttore dell’École des Beaux-Arts di Casablanca, trasformandola in un laboratorio di sperimentazione e pensiero critico. Attorno a lui si forma il nucleo di quella che verrà definita la Scuola di Casablanca, un movimento che promuove un’arte contemporanea capace di dialogare con l’artigianato, la calligrafia, i segni amazigh e l’eredità visiva del mondo arabo-islamico.
                    In questo contesto, Belkahia svolge un ruolo di guida intellettuale, incoraggiando una riflessione sull’arte come strumento di emancipazione culturale e politica nel Marocco post-indipendenza.

                    A partire dalla metà degli anni Sessanta, la sua pratica artistica conosce una svolta radicale. Abbandona la pittura su tela per lavorare su materiali naturali come rame, pelle e pigmenti vegetali. In particolare, la pelle conciata diventa il supporto privilegiato delle sue opere: una scelta carica di significato simbolico e culturale, che rimanda alle tradizioni artigianali marocchine e al rapporto ancestrale tra corpo, materia e segno. Le superfici non sono più semplici supporti, ma elementi vivi, attraversati dal tempo e dalla manualità.

                    Il linguaggio visivo di Belkahia è astratto e simbolico. Le sue opere sono popolate da forme essenziali, segni arcaici, allusioni al corpo umano, alla fertilità, alla spiritualità e alle forze primarie della natura. Non si tratta di un’astrazione geometrica fredda, ma di una scrittura visiva sensibile, in cui ogni segno sembra evocare una memoria collettiva. Il colore, ottenuto da pigmenti naturali come henné, zafferano e indaco, rafforza il legame con la terra e con i cicli vitali.

                    Pur profondamente radicato nel contesto marocchino, il lavoro di Belkahia dialoga con le grandi questioni dell’arte contemporanea internazionale: il rapporto tra tradizione e modernità, tra identità e universalità, tra gesto individuale e patrimonio collettivo. Le sue opere vengono esposte in importanti mostre e collezioni internazionali, contribuendo a una maggiore visibilità dell’arte africana e araba nel panorama globale.

                    Farid Belkahia muore nel 2014, lasciando un’eredità fondamentale. La sua ricerca ha aperto nuove strade per generazioni di artisti, dimostrando che la modernità non è un modello da importare, ma un processo da costruire dall’interno. La sua opera continua a parlare attraverso materiali, segni e simboli che uniscono passato e presente, corpo e spirito, locale e universale, rendendolo una figura imprescindibile nella storia dell’arte africana contemporanea.


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