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Ibrahim Mahama

Mahama Ibrahim – Soh, 2017. Tessuto di pesce affumicato su sacchi di iuta per il carbone, 216 x 325 cm. Courtesy Collezione 54, Milano.

Ibrahim Mahama nasce nel 1987 a Tamale, nel nord del Ghana.

La sua formazione e la sua ricerca artistica si sviluppano in un contesto segnato da profonde disuguaglianze economiche, da una storia coloniale ancora visibile nelle infrastrutture e nei sistemi di scambio, e da una forte mobilità di persone e merci.

Fin dagli esordi, Mahama orienta il proprio lavoro verso un’analisi critica delle condizioni materiali della società contemporanea, ponendo al centro della sua pratica il rapporto tra economia globale, lavoro e memoria collettiva.

Dopo gli studi artistici in Ghana, Mahama si afferma rapidamente sulla scena internazionale grazie a una ricerca che utilizza materiali di recupero legati ai circuiti del commercio e della logistica. Sacchi di juta, tessuti industriali, corde e oggetti segnati dall’uso diventano gli elementi principali di un linguaggio visivo che riflette sulle traiettorie delle merci e sulle storie invisibili dei corpi che le hanno maneggiate. Questi materiali, carichi di tracce, numeri e scritte, portano con sé le stratificazioni del lavoro, dello sfruttamento e della circolazione globale.

Il sacco di juta, in particolare, assume un valore simbolico centrale nella sua opera. Utilizzato per il trasporto di cacao, carbone o altri beni, esso diventa una superficie narrativa che registra passaggi, scambi e attraversamenti. Cuciti insieme in grandi assemblaggi, questi tessuti vengono impiegati per rivestire edifici, spazi pubblici e architetture monumentali, trasformandoli temporaneamente in corpi vulnerabili e pulsanti. L’intervento artistico non cancella la funzione originaria dei materiali, ma la amplifica, rendendo visibili le connessioni tra economia, storia e spazio urbano.

La pratica di Mahama si colloca tra installazione, scultura ambientale e intervento site-specific. Le sue opere sono spesso temporanee e dialogano in modo diretto con il contesto in cui vengono realizzate, mettendo in discussione le nozioni di permanenza, valore e proprietà. L’architettura diventa una pelle da attraversare e da interrogare, mentre il gesto artistico si configura come atto di rivelazione piuttosto che di decorazione.

Parallelamente alla produzione artistica, Mahama è profondamente impegnato in progetti di carattere sociale ed educativo in Ghana. Attraverso la creazione di spazi culturali, centri di formazione e programmi di supporto alle comunità locali, l’artista estende la propria pratica oltre l’oggetto e l’esposizione, concependo l’arte come infrastruttura di scambio, apprendimento e responsabilità collettiva. Questo impegno rafforza la dimensione etica del suo lavoro, radicandolo in un rapporto diretto con il territorio e le persone.

A partire dagli anni 2010, Ibrahim Mahama espone in numerose istituzioni e manifestazioni internazionali, affermandosi come una delle voci più significative dell’arte contemporanea africana. La sua opera è riconosciuta per la capacità di intrecciare forza visiva, rigore concettuale e consapevolezza politica, mantenendo una posizione critica nei confronti dei sistemi economici e culturali globali.

Oggi Mahama continua a sviluppare una ricerca in cui materia, spazio e storia si fondono in un linguaggio potente e silenzioso. Le sue opere invitano lo spettatore a confrontarsi con ciò che solitamente resta ai margini: il lavoro invisibile, le traiettorie della merce, le memorie inscritte negli oggetti. In questo dialogo tra locale e globale, l’arte diventa uno strumento per ripensare il valore, il tempo e la responsabilità condivisa.


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