Mohamed Melehi

Mohamed Melehi, Senza Titolo, 2014. Acrilico su tela, 100 x 100 cm. Collezione Giglio, Piacenza.
Mohamed Melehi nasce nel 1936 ad Asilah, sulla costa atlantica del Marocco, in un paese ancora segnato dal protettorato coloniale. Fin dagli esordi, la sua ricerca artistica si sviluppa all’incrocio tra apertura internazionale e costruzione di un linguaggio visivo profondamente legato al contesto culturale marocchino.
Melehi è una figura chiave dell’arte moderna e contemporanea del Marocco, non solo per la forza iconica della sua opera, ma anche per il ruolo centrale che ha avuto nella ridefinizione del rapporto tra arte, spazio pubblico e identità collettiva nel secondo Novecento.
Dopo una prima formazione artistica in Marocco, Melehi prosegue gli studi in Europa e negli Stati Uniti. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma e successivamente si trasferisce a New York, dove entra in contatto diretto con l’arte astratta, l’Hard Edge painting e le ricerche moderniste americane degli anni Sessanta. Questa esperienza internazionale è decisiva per la definizione del suo linguaggio formale, basato su colore puro, ritmo e struttura, ma non si traduce mai in una semplice adesione ai modelli occidentali.
Al suo ritorno in Marocco, nei primi anni Sessanta, Melehi compie una scelta fondamentale: utilizzare gli strumenti della modernità astratta per costruire un’estetica autonoma, capace di dialogare con la cultura visiva locale. Insieme a Farid Belkahia e Mohamed Chabâa, partecipa attivamente alla nascita della Scuola di Casablanca, un’esperienza collettiva che mette in discussione l’idea di arte come pratica elitaria e promuove un legame diretto tra creazione artistica, artigianato, grafica e spazio urbano. In questo contesto, Melehi è tra i principali promotori di un’arte pensata per essere vista e vissuta nello spazio pubblico.
Il linguaggio visivo di Melehi è immediatamente riconoscibile. A partire dalla metà degli anni Sessanta sviluppa il celebre motivo delle onde e delle fiamme stilizzate, forme sinuose e ripetute che attraversano la superficie pittorica con un andamento ritmico e ipnotico. Questi segni, apparentemente astratti, evocano elementi naturali e simbolici — il mare, l’energia, il movimento, la luce — e rimandano al paesaggio atlantico della sua città natale, così come alla tradizione decorativa e ornamentale del mondo arabo-islamico. Il colore, intenso e saturo, diventa il vero protagonista dell’opera, capace di costruire uno spazio visivo vibrante e dinamico.
Accanto alla pittura su tela, Melehi lavora su manifesti, murales, grafiche e progetti editoriali. Emblematica è la sua partecipazione alle azioni artistiche nello spazio pubblico di Casablanca alla fine degli anni Sessanta, quando le opere vengono esposte direttamente nelle piazze e nelle strade, in un gesto politico e culturale che rompe con le convenzioni istituzionali. L’arte, per Melehi, non è un oggetto isolato, ma uno strumento di comunicazione, educazione visiva e affermazione identitaria.
Parallelamente alla pratica artistica, Melehi svolge un ruolo fondamentale come organizzatore culturale. Nel 1978 fonda il Moussem culturale di Asilah, trasformando la sua città natale in un centro internazionale di incontro tra artisti, intellettuali e scrittori. Questo progetto rafforza la sua visione di un’arte aperta, partecipata e radicata nel territorio, capace di generare dialogo tra culture diverse.
Le opere di Mohamed Melehi sono state esposte in numerose mostre internazionali e fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. Il suo lavoro ha contribuito in modo decisivo a ridefinire l’immagine dell’arte marocchina contemporanea sulla scena globale, dimostrando che l’astrazione può essere un linguaggio profondamente situato, carico di memoria e significato.
Mohamed Melehi muore nel 2020. La sua eredità è oggi più che mai attuale: attraverso forme semplici e potenti, ha saputo costruire un vocabolario visivo capace di unire modernità e tradizione, locale e universale, arte e vita quotidiana. La sua opera continua a testimoniare come il colore e il segno possano diventare strumenti di libertà, identità e immaginazione collettiva.
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