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Sguardi sull'Africa

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Feb 26 2026

Home / news / Sguardi sull’Africa, ci siamo tra riti ancestrali e diaspora

Sguardi sull’Africa, ci siamo tra riti ancestrali e diaspora

PIACENZA – C’è un continente, l’Africa, che sta emergendo nella grande aula di Palazzo Gotico. Colorato, antico, sofferente e felice. Gente costretta a spargersi ai quattro angoli del mondo, a veder rapinate le proprie risorse naturali, immersa in riti propiziatori, nel culto della fertilità, nell’animismo, anche nella fluidità di genere. Gente in bilico fra tradizione e modernità, quindi costretta a traghettare l’esistenza da una sponda all’altra. E solo l’arte sa capire, trasferire, interpretare, rendere giustizia.

Al Gotico si lavora senza sosta da giorni per completare l’allestimento di cui Libertà offre un assaggio in anteprima. Sabato saranno i ministri Alessandro Giuli (Cultura) e Tommaso Foti (Pnrr) a tagliare il nastro inaugurale; l’evento è su invito. La mostra si aprirà al pubblico il 1° marzo.

Pochi ormai i quadri ancora imballati e le casse da aprire: la mostra, con oltre duecento opere fra sculture e dipinti, ha preso forma. Ci sono i curatori con le maniche rimboccate, Samuele Menin e Paolo Giglio, proprietario insieme al padre Bruno della collezione incentrata su dipinti del Nord Africa, che convive con sculture tribali del XX secolo e con le opere contemporanee della Collezione 54 di Milano. Sono i Giglio ad aver sostenuto tutti i costi della mostra, uno sforzo straordinario.

Katia Tarasconi, accompagnata dai curatori, ha voluto far visita in anteprima, chiedendo aggiornamenti sui lavori e soffermandosi su opere che «esplorano due mondi». La condizione di chi emigra è «un messaggio forte». La sindaca si dice contenta di questo «regalo ai piacentini, dal valore artistico molto alto, che porterà persone da fuori, con visite del tutto gratuite. Mi hanno colpito le storie legate alle opere».

C’è ancora da sistemare, ma il grosso è fatto. Intorno al perimetro della sala si alzano pareti e ripiani in materiali ignifughi; il colore richiama quello del cartone, suggerendo l’idea di perpetui viaggi e imballi, in armonia con le mattonelle del pavimento del Gotico.

Le opere di culto tribale e i quadri sono esposti per oltre il novanta per cento. Sono attesi due lavori di grande impatto, appena usciti dal restauro. Per orientarsi nella straordinaria ricchezza della mostra, all’inizio di ogni sezione un QR code permetterà di conoscere l’elenco e i contenuti delle opere. Ma è bello anche guardarle e scoprirle liberamente.

L’occhio si perde in questo patrimonio culturale tra XIX e XX secolo, sospinto fino ai nostri giorni. Sull’ultima parete campeggia il lavoro di una star come Ibrahim Mahama, con grandi cadute di tele e sacco, lacerazioni di potente impatto, quasi un Burri africano.

Due anni di lavoro: la soddisfazione cancella la fatica. Straordinarie le sculture in legno, talvolta filiformi, che evocano fertilità e famiglia. Alle spalle scorre il ventaglio della pittura, dalla figurazione all’astrazione, come nei lavori di Jilali Gharbaoui, definito da Paolo Giglio «un bohémien totale», intellettuale e poeta minato dalla schizofrenia, condizione che si riflette nella pennellata.

Tra i giovani spicca la splendida cosmogonia di Ako Atikossie, artista del Togo: una mappa stellare di grandi dimensioni, universo cellulare in movimento. Di forte presa le sculture in terracotta di Victor Fotso Nyie, che parlano di sradicamento, identità e ricerca di guarigione culturale. Anche lui, come altri artisti, vive in Italia.

Molti temi si intrecciano in un passato reinventato ma mai del tutto abbandonato. Più politica la visione di Francis Offman, ruandese che vive a Bologna e utilizza polvere di caffè nei dipinti per richiamare lo sfruttamento delle materie prime.

Emblematica la fotocomposizione di Maimouna Guerresi, dove uno stesso personaggio, sullo sfondo della mappa del continente, tenta di afferrare una tazza d’acqua senza riuscirvi: un’immagine che richiama l’inaccessibilità delle risorse idriche.

Diversa l’elaborazione di Mohammed Melehi, pittore marocchino della scuola di Casablanca, movimento modernista attivo negli anni Sessanta: «Un astrattista che ha insegnato a recuperare simboli berberi e il rapporto con la natura attraverso il colore».

Davanti ai quadri si susseguono teorie di sculture affascinanti, molti gli animali, compagni di vita. Le antilopi, elegantissime, fanno da ponte simbolico con l’uomo, invitandolo ad assimilarne le qualità.

La stilizzazione domina in modo commovente nelle numerose sculture dedicate alla maternità, come nella figura di donna con le braccia alzate e due bambini ai lati: realtà o desiderio?

Bastano pochi passi per approdare alla contemporaneità e al tema del riciclo dei materiali, come i pneumatici scaricati in Africa per essere smaltiti. Bongoy ne fa un’installazione di mordente attualità.

Ancora un passo e ci si inoltra nella delicata tradizione di Fatima Hassan El Farouj che, come spiega Paolo Giglio, parte da autodidatta e lavora sul recupero delle feste popolari utilizzando solo figure femminili, un modo per raccontare la spinta all’emancipazione nella società marocchina.

Un piccolo antipasto di un menu straordinariamente ricco. Dal 1° marzo la mostra “Sguardi sull’Africa” sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19; sabato e domenica dalle 10 alle 19. È in uscita il catalogo, i cui proventi saranno devoluti a fini umanitari.

Written by giorgia · Categorized: news

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